gesti

La comunicazione non verbale

di Giovanni Lestini



(1) Le radici della comunicazione non verbale



«Il comportamento non ha un suo opposto ...
non esiste un qualcosa che sia un non-comportamento ...
non è possibile non avere un comportamento.
Ora, se si accetta che l'intero comportamento in una situazione
di interazione ha valore di messaggio, vale a dire è
comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi,
non si può non comunicare».
(Paul WATZLAWICK, Pragmatica della comunicazione umana)

cigno La comunicazione non verbale, negli animali, è caratterizzata da un riflesso tipicamente ancestrale, per cui si può affermare che essa è in gran parte innata. Afferma Lorenz (studioso del comportamento animale), che alcune condotte che si manifestano mediante la comunicazione non verbale sono innate. Sullo studio della comunicazione non verbale molto si deve agli etologi, poiché, grazie alle loro ricerche si è scoperto che il canale di comunicazione non verbale è largamente diffuso nella specie umana, mediante un sistema di segni che influenza notevolmente ogni affermazione verbale. Tutti gli elementi, che non sono innati, vengono appresi dai cuccioli di animali in un tempo molto breve. Nell’uomo la problematica è più complessa e più delicata da analizzare. Il codice che si riferisce ai segni gestuali (si tenga presente che anche il linguaggio verbale, è un codice di segni, in questo caso fonetici) viene insegnato ed appreso. Si noti, però, che si deve porre l’attenzione ai segnali elaborati dal corpo. Tutti abbiamo la facoltà di operare una distinzione fra interlocutori idonei ed interlocutori incapaci; ma, al contrario, non sempre riusciamo ad esaminare razionalmente ciò che ha consentito una formulazione del nostro giudizio. Conseguentemente, può diventare arduo decifrare il complesso di circostanze che ci permettono di analizzare tale formulazione razionalmente.

I cosiddetti segni convenzionali, nella nostra società, rappresentano dei codici comunicativi. Ad esempio, sollevare il pollice verso l’alto od unire il pollice con l’indice della stessa mano segnala approvazione; rifiutare di stringere la mano ad una persona è un segno di disprezzo, ecc. E’ utile segnalare che, mentre alcuni segni sono parte integrante di un linguaggio consapevolmente scelto, altri possono anche non esserlo. Tali segni, definiti come innati, rappresentano un patrimonio ereditario, che ci proviene dagli angoli più reconditi della sfera affettiva, ed è per questo che su di essi è difficile intervenire in modo attivo. Quando un individuo diviene rosso in viso od inizia a sudare, si attiva la tipica reazione che vorrebbe eliminare un simile stato di cose, visto che si è verificata una situazione d’imbarazzo.

colloquio Alcune delle condotte, che si definiscono col termine di "segnali", sono segni innati, sui quali il soggetto ha però acquisito una consapevolezza operativa. Quando un colloquio con un interlocutore si rende noioso, il nostro sguardo cesserà di fissare il suo volto e comincerà a disperdersi per la stanza. In questa situazione è possibile intervenire volontariamente, riportando lo sguardo sul volto della persona che ci è di fronte. Un altro esempio di segnale è il movimento del capo durante la fase di ascolto del colloquio. Questi movimenti, a volte impercettibili, significano, per l’emittente, che l’ascoltatore è attento e sta ascoltando. Ma, se questi movimenti vengono effettuati intenzionalmente dall’ascoltatore, possono diventare un segno di conferma dell’interesse che in quel momento si vuole comunicare. In questo caso l’ascoltatore è attivo ed è in grado di orientare a suo vantaggio la comunicazione.

Un altro esempio significativo è l’azione del sorriso. Questa azione è prodotta dal lavoro sinergico di numerosi muscoli. Quando tale azione è spontanea, i movimenti del volto sono simmetrici, si scoprono appena i denti e si contraggono i lati della bocca e degli occhi. Quando è prodotto volontariamente questo atto perde in simmetria e spesso le labbra non si schiudono a sufficienza e le rughe intorno agli occhi paiono congelate. Di questo processo può rendersene conto solo un abile ed attento osservatore.

Infine, tornando al segnale dell’orientamento dello sguardo, ricordiamo il caso frequente nelle relazioni fra adulti e minori, in cui l’adulto tende ad utilizzare lo sguardo come importante rinforzo relazionale. Lo sguardo fissato sul volto del bambino, per bloccare ed eliminare alcuni comportamenti in contrasto con le regole (linguaggi sconvenienti od errati, comportamenti scorretti, aggressioni di qualsiasi tipo ad altri bambini, ecc.), accompagna i rimproveri verbali, che perderebbero la loro efficacia, se fossero fatti dirottando lo sguardo da un'altra parte.

Sin dai tempi più remoti l'uomo ha utilizzato la comunicazione non verbale per comunicare le proprie emozioni (simpatia, antipatia, tristezza, gioia, sicurezza, insicurezza, ecc.), per completare e sostenere la comunicazione non verbale e per sopperire a tutte quelle cause esterne, che non consentono una comunicazione non verbale (distanza, rumore, lingue straniere).
E' evidente che la comunicazione non verbale è da sempre il fondamento dell'interazione in una società in cui gli uni influenzano gli altri, anche con un solo sguardo, un solo gesto, un qualsiasi movimento, sia esso intenzionale od involontario.

(segue...)

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