doping

IL   DOPING

di Giovanni Lestini



(5) Vittime del doping



«Contrastare il doping è
un obbligo morale se non si vuole
diventare complici di questa deriva».
(CARLO ALBERTO MAGI, 60 anni nello sport)

Il doping miete le sue vittime.   Per non dimenticare

(Testimonianze tratte da libri, riviste, quotidiani)


1896. Arthur Linton, ciclista gallese, il primo morto ufficiale per assunzione di doping: il trimetil. Le cronache riportano la notizia del suo decesso, durante il corso della gara ciclistica Parigi-Bordeaux.
Arthur Linton Secondo altre fonti «il ciclista portò a termine la corsa ed è morto per una crisi di febbre tifoidea nei giorni appena successivi alla corsa: infezione che il suo organismo debilitato per l'assunzione di una quantità smodata di caffeina e stricnina, non aveva saputo contrastare» (Anna Di Giandomenico, Doping, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2011, pag. 14).

Un'altra versione sostiene che «Il primo corridore dichiaratamente "dopato" era stato il gallese Arthur Linton che nella Bordeaux-Parigi nel 1896 aveva dato letteralmente i numeri a causa di un errore del dosaggio di un intruglio fornitogli dal massaggiatore Choppy Wharburton e denominato, appunto, "il segreto di Choppy": troppa stricnina. Era morto pochi mesi dopo a casa sua e non si seppe mai il perchè» (Paolo Facchinetti, Tour de France 1903, La nascita della grande boucle, ediciclo editore, pag. 55).

Una testimonianza americana: «If a cyclist did die from doping at a race in 1886, it wasn't Arthur Linton and it wasn't a partecipant in the Bordeaux-to-Paris derny race. If the story is true, that a cyclist died as result of doping following a race in 1886, the identity of the rider and the race he was competing in has been lost.
Having won the 1896 edition of Bordeaux to Paris, Arthur Linton did die from typhoid fever about two months later. To say that Linton died shortly after winning the Bordeaux-to-Paris race is correct. However, he died in 1896 at the age of 24, ten years later than many accounts of the time would have one believe.»
(Daniel M. Rosen, Dope: A History of Performance Enhancement in Sports from the Nineteenth Century to Today, Praeger Publishers, Westport, 2008, pag. 4).

Thomas Hicks 1904. Thomas Hicks, maratoneta inglese. «Sull'onda degli entusiasmi per il ricorso alle pratiche "energizzanti" nel mondo sportivo, nel 1904 Thomas Hicks, operaio di origine inglese, vinse la maratona dei giochi olimpici estivi svoltisi a Saint Louis (Missouri) aiutandosi con la ingestione di uova crude, la somministrazione di due dosi da circa 1 mg di stricnina e sorseggiando del brandy nel corso della gara, miscela che gli provocò il collasso all'arrivo al traguardo e che probabilmente gli avrebbe potuto cagionare anche la morte» (Francesco De Ferrari - Luigi Palmieri, Manuale di medicina legale. Per una formazione, per una conoscenza, Giuffrè Editore, 2007, pag. 386).

«Nel 1904 ai Giochi Olimpici di Saint Louis, un inglese residente negli Stati Uniti, Thomas Hicks, vince la maratona. Durante lo svolgimento della corsa, per farlo riprendere da due svenimenti, il suo allenatore gli inietta due volte un milligrammo di solfato di stricnina e gli offre da bere del cognac, usato a quei tempi per andare oltre la fatica. E' il primo caso di "doping in diretta"» (Agostino Guardamagna, Diritto dello sport. Profili penali, UTET GIURIDICA, Milanofiori Assago, 2009, pag. 136).

«St. Louis ad agosto non è il posto ideale per una corsa di lunga distanza e in quel lontano 1904 la partenza alle tre del pomeriggio non fu certo di aiuto per i 32 atleti che partivano dal Francis Stadium per percorrere in 42 canonici chilometri in una campagna assolata, tra strade polverose in mezzo alle poche auto d'epoca e ai molti cavalli. Dopo 32 chilometri Hicks, provato dalla fatica inizia a camminare barcollando. Lucas, che lo segue in macchina, decide che è il momento di fare qualcosa e (stando al suo stesso racconto) amministra ad Hicks un milligrammo di stricnina mescolata in due chiare d'uovo. Hicks riparte ma dopo un altro chilometro e mezzo diventa "pallido come uno straccio" e il suo allenatore-guru passa la seconda dose: un altro milligrammo di stricnina questa volta sciolta in un bicchiere di buon cognac francese» (www.repubblica.it, 22 febbraio 2009).

Dorando Pietri 1908. Dorando Pietri, maratoneta italiano. «Altro momento significativo lo si rintraccia nel 1908, anno delle Olimpiadi di Londra, segnate dall'arrivo "sostenuto" del podista italiano Dorando Petri, immediatamente squalificato per non essere riuscito a terminare con le proprie forze la maratona: un'immagine diventata vera e propria icona degli albori dello sport moderno. La realtà forse è più prosaica della mitizzazione del personaggio, in quanto sembrerebbe che il crollo avvenuto ad un passo dalla meta sia stato dovuto ad un errato dosaggio dell'aiuto esogeno, così che Dorando Petri si è ritrovato senza più energie per continuare nell'impresa» (Anna Di Giandomenico, Doping, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2011, pag. 15).

«Nella...gara olimpica di maratona a Londra nel 1908, il tentativo di usare la stricnina come additivo farmacologico per arrivare alla vittoria da parte di Dorando Pietri, falliva a pochi passi dal traguardo. Il fornaio italiano, primo con grande vantaggio al giro finale nel White City Stadium, accusava una grave crisi di affaticamento. Vacillava più volte, sfiorando il collasso, ma sostenuto da alcuni giudici riusciva comunque a tagliare trionfalmente il filo di lana. Poco dopo arrivava la squalifica e l’annullamento della vittoria a sanzione dell’aiuto avuto dai giudici, non per l’uso della stricnina, allora non solo lecito ma generalizzato tra gli atleti» (Stefano Canali, Doping e culture dopanti - In Prometeo. Rivista di Scienze e storia, 2001, 19, 75).

«Ha molto commosso Dorando Pietri nella maratona di Londra...Il fornaio carpigiano Dorando Pietri era stato in coma quasi due giorni ad Atene durante la falsa olimpiade organizzata dai greci nel 1906: si era drogato troppo e aveva rischiato di morire. A Londra ha fatto altrettanto. Superandolo sul traguardo, l'irlandese americano John Hayes aveva sentito un'orribile puzza di stricnina» (Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, Baldini&Castoldi s.r.l., Milano, 1998, 2ˆ edizione, pag. 53).

1949. Alfredo Falzini, ciclista italiano. «...nel 1949 aveva suscitato forte impressione la morte di Alfredo Falzini, al termine della Milano-Rapallo, per ingestione di simpamina e stenamina» (Daniele Marchesini, L'Italia del Giro d'Italia, Il Mulino, 2003, pag. 186).

Knud Enemark Jensen 1960. Knud Enemark Jensen, ciclista danese. Olimpiadi di Roma 1960. «Nel 1960 le Olimpiadi diventano ancora una volta lo scenario su cui si proietta la morte di un altro atleta, il ciclista danese Knud Enemark Jensen, nel corso della corsa a cronometro sui 100 Km: un decesso dovuto ad un eccesso di amfetamine» (Anna Di Giandomenico, Doping, Edizioni Nuova Cultura, Roma, 2011, pag. 15).

«Durante la cronometro a squadre l’atleta crollò in terra colpito da un’insolazione. Morì poco dopo in ospedale. Il suo nome finì sui giornali per essere stato coinvolto in uno dei primi scandali di doping nello sport.
L’autopsia
Durante la gara il danese crollò a terra fratturandosi il cranio. L’autopsia mostrò che prima della gara Jensen aveva assunto anfetamina e un altro farmaco dopante, dal nome commerciale Roniacol, contenente alcol di nicotinile tartrato, un principio attivo utilizzato in medicina come dilatatore dei vasi periferici, che favorisce l’afflusso di sangue agli organi sotto sforzo, ma può causare cali di pressione. I medici segnalarono inoltre che il ciclista aveva ingerito otto pastiglie di fenilisopropilamina e quindici pastiglie di anfetamina e caffè. Ma il referto definitivo dell’autopsia affermò che la morte era stata causata da un colpo di calore e non dalle droghe, assunte nel tentativo di migliorare la prestazione agonistica.
La nascita della commissione antidoping
La morte di Jensen indusse il Comitato Olimpico Internazionale ad istituire nel 1967 una commissione medica incaricata di effettuare test per la ricerca di sostanze dopanti. La commissione divenne operativa ai X Giochi olimpici invernali che si svolsero nel 1968 a Grenoble in Francia e lavorò a pieno regime nei successivi Giochi olimpici di Città del Messico»
(http://radio1olimpiadi60.blog.rai.it).

«Era una mattina così calda da provocare l'insolazione e la morte di uno sfortunato concorrente, il danese Knut Enemark Jensen, il quale crollò sull'asfalto e si spense poco dopo all'ospedale. Si disse che era stata la reazione delle droghe» (Antonino Fugardi, Storia delle olimpiadi, 1967, pag. 159).

«Nel 1960 a Roma muore per collasso il ciclista danese Enemark Knud Jensen, che aveva ingerito una dose eccessiva di anfetamina. Sulle prime, per attutire lo scandalo, fu incolpato il caldo torrido» (l'Espresso, edizioni 31-34, 2004).

Sempre nel 1960, L’ostacolista Dick Howard muore alle Olimpiadi di Roma, per assunzione di eroina. La stessa droga che è stata rinvenuta nel corpo del pugile Billy Bello, che morì tre anni dopo.

Tom Simpson 1967. Tom Simpson, ciclista britannico. «Il più famoso simpaticomimetico è l'anfetamina. La vittima più illustre dell'anfetamina è stato il ciclista Tom Simpson che, nel 1967, morì durante il giro di Francia.
E' assimilabile a questa classe anche una droga: la cocaina. Ha le stesse azioni e gli stessi effetti collaterali degli altri psicostimolanti, ma in aggiunta è più marcato il rischio di assuefazione...»
(Mario Sanino - Filippo Verde, Diritto sportivo, Wolters Kluwer Italia S.r.l., 2008, pag. 370).

«(1967) Muore in corsa Tom Simpson lungo la salita del Ventoux al Tour. Sale, sbanda, cade sul ciglio della strada esanime. Inutili i soccorsi. A quel punto non hanno fine le ipotesi su quella tragica scomparsa» (Giuseppe Castelnovi, Trecentosessantacinque campioni in bici. I protagonisti della storia del ciclismo, ediciclo editore s.r.l., 2003, pag. 1227).

«Ad un certo punto l’andatura di Tommy Simpson comincia a farsi ondeggiante, le gambe non girano più, procede a zig-zag e cade. Agli uomini della sua ammiraglia, corsi a soccorrerlo, ordina: "Put me back on my bike". Saranno le sue ultime parole. Dopo aver coperto ancora pochi metri, sempre barcollando, cade nuovamente.
Perde conoscenza.
Non si rialzerā mai più.
La morte giunge qualche ora più tardi all’ospedale di Carpentras, dove è stato trasportato in elicottero. I due tubetti di anfetamine trovate nella tasca posteriore della sua maglia e i risultati dell’autopsia non lasciano alcun dubbio sull’origine del decesso. "The Lion of Yorkshire", come veniva chiamato all’epoca dei fasti, verrà sempre accostato al doping e ricordato più per la sua drammatica fine che per le sue vittorie»
(http://storiedisport.wordpress.com).
L’esame post-mortem indicava nelle amfetamine la causa principale del decesso.

1968. Jean-Louis Quadri, calciatore francese. «...anche il mondo del calcio non pare essere senza macchia: dalle amfetamine sono, infatti, causate le prime squalifiche nella Serie A italiana d’inizio anni Sessanta, mentre in Francia questo prodotto trova menzione in un articolo sulla morte del diciottenne Jean-Louis Quadri durante un match» (http://www.nove.firenze.it).

Giuliano Taccola 1969. Giuliano Taccola, calciatore. «Serie A, 16 Marzo 1969, Stadio Amsicora, post Cagliari-Roma. Improvvisamente, sotto il naso dei compagni e mister Helenio Herrera, nello spogliatoio ospite rantola e muore Giuliano Taccola, 26enne (come Morosini), attaccante romanista. "E’ stata una fatalità", dice il Mago. Ma la vicenda è misteriosa. Archiviato ogni procedimento, per la famiglia non c’è nemmeno la consolazione del responso dell’autopsia. Infarto? Collasso? Broncopolmonite fulminante? Macché. "Fu un omicidio scomodo", senza darsi pace, sostiene la vedova Marzia Nannipieri, misconoscendo la fatalistica versione dell’insufficienza acuta cardio-respiratoria.
Una verità che, già nel 1969, aveva imbeccato proprio il medico sociale del Cagliari, il Dott. Frongia, descrivendo su La Stampa gli ultimi attimi di Taccola e il giro di medicinali col collega Visalli. "Pochi minuti dopo la partita - disse – proprio mentre ero nell’infermeria dello stadio, veniva da me il medico della Roma, Visalli, per richiedermi un flacone di Penicillina. Gli consegnai un prodotto che uso sempre, che si chiama Neopenil-S, informandolo che conteneva un milione di unitā di Penicillina, e mezzo grammo di Streptomicina. Dopo qualche minuto, però, il medico della Roma tornò da me, chiedendomi una fiala di Coramina. Capii che la situazione stava aggravandosi e, pur non conoscendo né il nome del giocatore ammalato, né l’entitā del male, offrii al collega il mio aiuto". Secondo le rilevazioni (postume) dell’ex capitano romanista Giacomo Losi e la casistica (fiorente) di morti analoghe negli anni ’60, Taccola sarebbe morto per un’iniezione di Penicillina (probabilmente) allungata con l’anestetico Procraina (Novocaina), causa di choc anafilattico e arresto cardiaco in pochi minuti. Altro che fato.»
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15).

Renato Curi 1977. Renato Curi, calciatore. «Serie A, 30 Ottobre 1977, Stadio Pian di Massiano, in campo Perugia-Juventus. Piove, da 5 minuti è iniziata la ripresa. Renato Curi, regista perugino di 165 centimetri da Ascoli Piceno, di colpo stramazza a terra. Occhi rovesciati, barella con coperta, juventini con mani nei capelli. A fine gara, il collegamento radio "Tutto il calcio, minuto per minuto". La notizia dalla mitica raucedine di Sandro Ciotti: "Scusa Ameri, il giocatore del Perugia Curi, è morto". Miocardite acuta? Infarto a causa di disfunzione cardiaca?
Scriveva La Stampa nel 1977: "Curi era infortunato, ma si è atteso l’ultimo momento per decidere. Una infiltrazione di Novocaina dove la gamba fa male, poi dopo qualche minuto un piccolo test (qualche scatto, due calci al pallone) per vedere se il male è diventato sopportabile. ‘E’ la prassi normale’ dice il dottor Tomassini, tralasciando quanto meno di rilevare come l’anestesia locale tolga soltanto la sensazione dolorifica e non la causa del male, anzi finisca per sottrarre all’organismo proprio quelle difese che si esplicano con il dolore". Il processo per omicidio colposo, durato 5 anni fino in Cassazione con doppio Appello, ha però schivato la pista Novocaina, lasciando agli imputati la sola accusa di negligenza nella cura della patologia del calciatore. Risultato? Assoluzione dei medici di Perugia (Dott. Tomassini) e Nazionale italiana (Dott. Fini), oltre al proscioglimento del cardiologo di Coverciano (Prof. Branzi). Però (beffarda coincidenza) quando decenni dopo lo spettro del doping si abbatte su Farmacia Juventus, Cecilia vedova Curi dichiara ai microfoni del Tg1: "Voglio incontrare Raffaele Guariniello". Senza costituirsi parte civile, sostiene che al marito fu somministrata Novocaina in fiala e che l’avrebbe certamente rifiutata se solo – un medico – prima dell’iniezione lo avesse informato dei rischi, annessa reazione choc anafilattico. Altro che fato.»
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/15).

1987. Bruno Beatrice, calciatore. Leucemia linfoblastica acuta. La testimonianza della moglie: «Dal ritiro Bruno mi faceva sempre telefonate chilometriche, roba di tre quarti d'ora. Solo che mentre parlava se ne stava attaccato alle flebo. Io ero perplessa, gliene facevano in continuazione, durante la settimana, prima della partita, dopo la partita, ma lui mi diceva di stare tranquilla, che erano cose normali. Tanto normali che la domenica sera e ancora il lunedì non riusciva a dormire, nel letto era tutto un tremore, uno scatto di nervi e di muscoli che mi ricordavano gli spasmi dei polli dopo che gli hanno tirato il collo. E lui ancora a rassicurarmi, a dirmi che erano le vitamine che aveva preso e che doveva smaltire. Ma non dimenticherò mai che nell'incavo del braccio sinistro aveva tre buchini violacei ormai perenni. Quelle erano le "prove" delle flebo che gli facevano quando giocava al calcio»(http://www.ilcassetto.it).

Florence Griffith 1998. Florence Griffith, velocista americana. «1998. Sprinter americana Florence Griffith-Joyner muore a 38 anni di un attacco cerebrale durante il sonno. L'autopsia, come molto spesso nei casi di morte improvvisa, non permette di fare il legame con un eventuale consumo di prodotti dopanti. Tuttavia, prestazioni fuori norme di "Flo-Jo", detentrice dal 1988 di due record del mondo inaccessibili (10 s 49 su 100 m e 21 s 34 su 200 m), e la sua trasformazione morfologica aveva alimentato i sospetti su una preparazione a base di steroidi anabolizzanti. Ma la loro somministrazione favorisce il rischio d'attacco cardiaco o cerebrale aumentando il tenore di colesterolo» (www.onrest.com/sport/notizie/06-10-02.html).

2000. Massimo Mattolini, calciatore, miracolato. «Nel 2000 il portiere Massimo Mattolini è stato sottoposto a un trapianto di rene. Č proprio Mattolini ad attribuire queste malattie alla dosi massicce di Micoren (un cardiotonico vietato ai sensi delle legge antidoping 376/2000) e Cortex (che potenzia i muscoli e permettono di sopportare meglio la fatica) assunte da buona parte di quella squadra viola» (http://www.ilcassetto.it).

2001. Richard Chelimo, fondista keniano. «Il vecchio recordman del mondo di 10.000 m, Richard Chelimo, morto a 29 anni di un cancro del cervello. "Negli anni a venire, molti atleti moriranno a causa del doping", reagisce il doppio campione olimpico marocchino, Hicham El Guerrouj, dopo la scomparsa del fondista keniano. "Credetemi, ci saranno ancora altre morti premature"» (http://www.onrest.com).

Corriere della Sera 2003. Nello Saltutti, calciatore. Morto d’infarto il 28 settembre 2003, a 56 anni. La moglie afferma: «la morte di mio marito è stato un fulmine a ciel sereno. In quegli anni gli hanno dato qualcosa e non si sapeva esattamente di cosa si trattava, perché non c'era la conoscenza di adesso. Anche loro non sapevano quello che prendevano. Dopo il 1998 ci siamo chiesti se quelle erano vitamine oppure no. Il lunedí andavano in infermeria e facevano delle cure ricostituenti. Cosa gli veniva somministrato lo sanno solo il massaggiatore, il dottore e l'allenatore di allora. Mio marito mi diceva che lui non aveva bisogno di fare flebo perché stava bene» (http://www.ilcassetto.it).

I miracolati «L’ex calciatore e ora allenatore Giovanni Galeone ha dichiarato: "Mi ritengo un miracolato. Con tutti i prodotti che ho assunto a vent'anni devo essere contento di essere vivo"... Gli ha fatto eco Aldo Agroppi: "Sono fortunato. Soprattutto se venisse dimostrato il legame tra la Sla e certi farmaci che ci venivano somministrati, per esempio Micoren e Cortex. Eravamo molto giovani e molto ignoranti. Ci fidavamo ciecamente di chi ci dava queste sostanze, convinti che fosse per il nostro bene". Giovanni Ziviani, ex compagno di squadra di Gianluca Signorini (ucciso dal morbo di Lou Gehrig - Sla), in un'intervista ha dichiarato: "Il doping vero e proprio nel calcio è iniziato con l'arrivo dei preparatori del ciclismo e dell'atletica, intorno alla metà degli Anni 80. Chissà che cosa succederà tra vent'anni ai ragazzi che oggi vengono riempiti di eritropoietina e ormoni della crescita» (http://www.ilcassetto.it).



La lista non si ferma qui ... ma noi preferiamo interromperla ... semplicemente ... come semplicemente dovrebbe essere praticato lo SPORT ... semplicemente ...

(segue...)

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